Filiere alimentari GMO-FREE?

La corsa a certificare gli alimenti come non-OGM; le mode analitiche nel settore; i primi risultati dei ring test sulle analisi quantitative; controllare le materie prime, unico modo per "ripulire" le filiere
Da quando le maggiori catene di supermercati europei hanno deciso di bandire i vegetali geneticamente modificati dai propri scaffali e la Comunità Europea ha deciso che i prodotti alimentari contenenti OGM (Organismi Geneticamente Modificati) devono essere segnalati come tali al consumatore, l'industria alimentare si muove per garantire prodotti esenti da OGM. Dall'8 aprile l'entrata in vigore dei Regolamenti Comunitari 49 e 50/2000 ha eliminato la "soglia zero" e accettato che alimenti contaminati fino all'1% da OGM possano anche non essere segnalati come contenenti OGM. Le cose si sono ulteriormente complicate comunque quando i supermercati hanno iniziato a chiedere latte, carne e altri prodotti di origine animale GMO-free. Ciò significa che i bovini, i pollli, i maiali devono essere alimentati con mangimi GMO-free, anche se nessuno ha dimostrato che i trans-geni migrino nella carne o nelle uova. A questo punto la partita si allarga ai mangimi! Infatti, la legislazione svizzera, notoriamente all'avanguardia nel settore, prevede già i mangimi GMO-free. Possono dichiararsi tali i mangimi composti che contengano quantitativi di OGM inferiori al 2% e le componenti dei mangimi che abbiano un livello di OGM inferiore al 3%. Garantire tutto ciò non è assolutamente facile. La scarsa cultura analitica sull'argomento ha determinato una situazione difficile anche tra gli addetti ai lavori. La legislazione considera OGM un alimento sia sulla base della presenza di DNA che sulla base della presenza di proteine transgeniche, ma in realtà pochissimi vanno alla ricerca delle proteine, anche quando è possibile e conveniente farlo. La prima moda è quindi quella che dà per scontato che l'analisi sia una ricerca di DNA. La seconda moda è quella che tende a considerare tout court migliore l'analisi del DNA fatta mediante il sistema "real time", cioé mediante una apparecchiatura sofisticata e costosa rispetto all'analisi fatta con sistemi "tradizionali" (esame elettroforetico del DNA amplificato). In entrambi i casi si effettua l'amplificazione del DNA (PCR), la differenza sta soprattutto nei tempi e nei modi con i quali si leggono i risultati dell'amplificazione. Allo stato attuale, non ci sono dati certi che provino una maggiore affidabilità del sistema "real-time" rispetto alla PCR-elettroforesi, ma la grande capacità promozionale delle aziende che producono le apparecchiature in questione sta orientando la platea dei laboratoristi verso questa strada, nonostante ciò voglia dire costi molto più elevati. Anche il recentissimo convegno AOAC-I di Monaco di Baviera (17-18 maggio 2000) ha fatto confermare quanto sia prematuro sposare una metodologia rispetto ad un'altra. Risultati qualitativi di buon livello sono per il momento certamente possibili in un medio laboratorio con la PCR tradizionale, risultati quantitativi accurati sono difficilmente ottenibili nello stesso laboratorio medio sia con il "real-time" che con la PCR competitiva. Il fattore chiave è, ancora una volta, il livello di formazione e l'abilità dell'operatore. D'altra parte, è anche sempre più chiaro, anche nel caso dei GMO un grande sforzo va fatto per convincere gli utenti dell'analisi circa l'importanza del campionamento e circa l'inevitabile grado di incertezza analitica dei metodi, con conseguente necessità di effettuare più prelievi. La palese difficoltà di garantire l'assenza di un 1% di GMO in un alimento che a sua volta contiene l'1% di soia o mais determinerà, pur lentamente, un progressivo migrare dei controlli verso le materie prime. Le analisi sui prodotti finiti sono un grosso affare per i laboratori, ma una battaglia persa per le aziende alimentari. Viceversa, si farà invevitabimente strada la logica dei vegetali di identità garantita (Identity Preserved, IP), garantiti in quanto provenienti con sicurezza da un certo produttore e maneggiati sicuramente da certi immagazzinatori oltre che sulla base di certi dati analitici. Solo l'integrazione delle analisi sui semi, sul raccolto e sulle materie prime in ingresso con una politica di identificazione delle materie prime stesse potrà dare origine a prodotti alimentari a basso rischio relativamente alla presenza di OGM.